#LaVoceDelTifoso: l’insostenibile leggerezza dell’interismo

Complici impegni universitari e sportivi mi vedo costretto a scrivere della magica esperienza di Inter-Slavia Praga appena rientrato da San Siro. Con la notte che incombe, la rabbia in corpo e…ancora rabbia. Prometto però di non eccedere il nervosismo nelle righe successive. Se dovesse succedere, spero possiate capirmi.

Nei giorni precedenti il match ho pensato spesso a questo esordio, alla fibrillazione della prima in Champions League (Disneyland per dirla alla Spalletti). L’agitazione, positiva come quella che accompagna la partenza per le vacanze, mi porta a San Siro in anticipo fantozziano. A un’ora e mezza dall’inizio sono già al gate e mi perdo a guardare le facce speranzose – e ignare – dei tifosi nerazzurri, entusiasti dopo le prime tre uscite dell’Inter contiana.

Piano piano l’attesa consuma il tempo ed ecco la fila, l’ingresso, San Siro e la vista sulla Curva Nord. Poi in un attimo il riscaldamento, le formazioni e lui, l’inno. Il magico inno, quello che fa sognare, emozionare, accompagnato dalla coreografia di tutto San Siro. Per spingere i ragazzi questo e altro.

Spingere è un verbo usato non a caso perché per come partono gli 11 in campo avrebbero bisogno di una netta spinta per stare al passo con i cechi, che corrono il triplo. Marcature a uomo a tutto campo, pressing asfissiante e i nostri che soccombono. Brozovic torna quello pre-Spalletti, mentre Lukaku si dimentica di togliere l’incudine con cui lo fa allenare Pintus e gioca con la leggerezza di un elefante. Handanovic, per svegliarci dal torpore, tenta di emulare le gesta di un famoso Inter-Fiorentina, ma stavolta subisce il fallo e il suo piano sfuma.

Lo 0-0 non si schioda e i ragazzi pensano bene di battere un calcio d’angolo al 46′ senza calciare in mezzo e appellandosi alla classe di D’Ambrosio per aggiustare uno schema orribile. Va beh, magari nel secondo tempo questi crollano e penso “Ti pare che durano 90 minuti?”. Risposta: “Sì”.

Se nel primo tempo qualcosa si era fatto, a inizio ripresa non i nostri non la vedono mai. Lo Slavia gioca sulle debolezze dell’Inter, si impossessa dello spirito dell’Hapoel Beer Sheva e va, MERITATAMENTE, in vantaggio. Olayinka si aggiudica il premio “Lucio Maranhao” di quest’anno e fa 0-1.

“Ecco, ora siamo nella cioccolata”. (Non penso cioccolata, ma qualcosa che ha il colore simile). Siamo nella cioccolata – o nella melma se preferite i giochi di parole a quelli di colore – perché non ci sono sprazzi di nulla e intanto il pensiero di dover fare l’Europa League anche quest’anno prende sempre più forma.

Poi entrano Barella e Politano (prima entra Lazaro per Candreva, ma meglio sorvolare sulla prestazione dell’austriaco per non cadere nel volgare) e qualcosa succede. I due, forse ignari del fatto che se si gioca con la terza maglia si deve perdere, fanno di tutto per pareggiare e proprio Barella al 92 pareggia. Causa VAR, infortuni, invasioni aliene et similia mancano ancora sei degli otto minuti di recuperi. Sì, otto. Roba che quando lo speaker gli annuncia mi esce un “COSA?!” degno del capitano Tiger (citazione per palati fini).

Purtroppo, però, non c’è Vecino a riprenderla e ci si deve accontentare di un pareggio. Anzi ci deve andare bene perché i cechi meriterebbero i tre punti. Partire con un pareggio contro l’avversario più abbordabile non è esattamente quella che si definirebbe una partenza lanciata, ma seguite questo ragionamento: se l’anno scorso abbiamo vinto con il Tottenham alla prima e siamo usciti, quest’anno pareggiando la prima passiamo.

Ci credete poco? Pure io.

Amala sempre (credo di aver dosato bene il nervosismo).